Arte e Scienza

(Frank Raes intervistato da Rosanna Guida, Accademia di Brera, Milano)

 

R.G.: Ti presenti?

F.R.: Ho lavorato per 30 anni come ricercatore scientifico e ho avuto sempre un interesse per l’arte. Non sono un filosofo della Scienza ne dell’Arte. Sono uno più pratico che teorico, credo.

Studiando il cambiamento climatico e lavorando per la Commissione Europea, ho dovuto parlare spesso di argomenti scientifici a non-scientifici. Facendo così, ho spesso “usato” l’arte per provare a rendere il messaggio scientifico più comprensibile. Negli ultimi anni ho capito che non si tratta soltanto di comunicare un messaggio ma di creare una comprensione comune: scienziati, artisti, politici, attivisti…. insieme. Una comprensione comune è importante quando si tratta di provare a gestire problemi comuni, come il cambiamento climatico, immigrazioni, povertà, malattie infettive… I dati scientifici ottenuti con “la metodologia scientifica” (ne parliamo più avanti) rimangono essenziali ma non sono sufficienti perché ci sono anche le credenze, le tradizioni, l‘esperienza estetica … che fanno parte di una cultura e che sono altrettanto importanti per lo star bene dell’uomo.

Tre anni fa ho cambiato lavoro per iniziare una pratica scientifica-artistica (un museo …), dedicata all’educazione ... un'educazione transdisciplinare, per riflettere sui nostri problemi collettivi, cioè sui problemi che riguardano tutti: gli umani e i non-umani su questo Pianeta. 


R.G.: Puoi dire qualcosa di più di questo museo?

F.R.: Si chiama: The Museum of Anthropocene Technology (Il Museo delle Tecnologie dell’Antropcene). Il museo vuole essere una specie di stanza delle meraviglie, uno strumento per meglio capire il nostro tempo. Come le stanze delle meraviglie del Cinquecento hanno contributo alla transizione dal pensiero medioevo a quello moderno, una collezione di “oggetti” di oggi può, secondo me, contribuire a una transizione dal pensiero moderno a qualcosa di nuovo e di cui noi e la Terra abbiamo bisogno. Quello che mi piace delle collezioni del Cinquecento è che erano ne scientifiche ne artistiche. In fatti, la separazione tra arte e scienza viene dopo, col pensiero moderno. Credo che per gestire i nostri problemi collettivi, si potrebbe ripartire dal pensiero pre-moderno. In tanto il caos in cui ci troviamo assomiglia molto al caos che regnava durante il Cinquecento.

 

R.G.: Quale parole ti vengono in mente quando pensi all’ arte e alla scienza?

F.R.: Immaginazione, creatività spostare confini, futuro, rimanere critici, fare cultura, assemblare narrative sul rapporto tra l’umano e il non-umano, nuova episteme, …

 

R.G.: Facendo riferimento ad alcuni esempi di opere scientifiche e opere d'arte contemporanee, quali sono, dal tuo punto di vista, gli aspetti epistemologici e gli aspetti artistici che rilevi in essi?

F.R.: Da fisico, mi vengono in mente le diverse teorie della fisica che hanno anche avuto un impatto sul pensiero generale, la cultura e l’episteme dell’Occidente:

La fisica di Galileo messa a punto da Newton (16 – 17esimo secolo) permette di predire la traiettoria di un oggetto quando uno conosce la sua posizione e la sua velocità iniziale. Questo ha portato a grandi progressi nel campo della tecnologia, in cui le condizioni iniziali di un sistema (composto da oggetti) sono note e il comportamento del sistema è prevedibile e quindi controllabile. Il concetto di controllo è passato dalla tecnologia ad altre discipline (urbanistica, sociologia, …) ed è diventato uno dei fondamenti del pensiero moderno.

La fisica quantistica (inizio 20esimo secolo), applicabile solo al mondo microscopico, descrive le cose in termini di probabilità. Ad esempio, un elettrone non sta mai solo in un punto preciso ma può stare in diversi punti con una certa probabilità. Questa teoria ha avuto un impatto sul pensiero generale, contrastando il pensiero moderno. Vista la complessità del mondo umano e non-umano, non è sempre possibile sapere con certezza assoluta come stanno le cose e quindi è ancora meno possibile prevedere con precisione assoluta il futuro di queste cose.

La teoria della relatività (inizio 20esimo secolo), applicabile al mondo cosmologico delle stelle e delle galassie, fa vedere come la massa di una stella curva lo spazio-tempo e come questa curvatura fa muovere questa stessa stella. Questo pensiero si sta traducendo nel nostro mondo macroscopico in come l’Uomo sta cambiando l’ambiente (ad esempio il clima) e come l’ambiente (il clima) a sua volta sta cambiando l’Uomo.

R.G.: E l' arte ha contribuito a fare di questi discorsi puramente scientifici discorsi più generici?
F.R.: Credo di sì.  Il Cubismo per esempio, con la dissoluzione della prospettiva unica, descrive, secondo me, un mondo meno sotto controllo. Ma una domanda ancora più interessante, secondo me, è se l’arte ha contribuito alla generazione delle teorie scientifiche. Qui direi, ma senza avere prove o esempi precisi, che una scoperta scientifica si verifica sempre in un ambiente culturale in cui si trovano scienziati, artisti, filosofi etc. Per esempio, nei decenni precedenti alla formulazione della teoria della relatività di Einstein (che è basata su una geometria 4-dimensionale di spazio e tempo) si assisteva a un gran fermento d’idee nel mondo artistico e filosofico sulla “quarta dimensione”. Il lavoro “Flatland: a romance of many dimensions “(1884) di Edwin A. Abbott, viene spesso citato in questo contesto.

 

R.G.:Nel tuo lavoro, secondo te, che cosa allontana l'esperienza dell'opera d'arte dall'esperienza della conoscenza scientifica (sia nella creazione sia, eventualmente, nella fruizione)?

F.R.: Parole che vorrei aggiungere alla lista precedentemente proposta sono: consistenza, coerenza, conferma, logica …, anche se riguardano più la scienza che l'arte. 

E' vero che scienziati come Galileo, Newton, Einstein, Schroedinger … potevano anche fare a meno di questi concetti e immaginavono spiegazioni del mondo che andavano contro la logica e le teorie della loro epoca. Hanno cambiato il paradigma vigente; sono geni per questo. Comunque le loro teorie venivano e vengono tutt’ora testate con delle osservazioni, con gli esperimenti... Nel lavoro scientifico di ogni giorno, dentro il paradigma vigente, è normale chiedere che una nuova idea o teoria sia coerente con tutto quello che si sa già.

In questo sta la “metodologia scientifica”: proporre un’ipotesi, spesso dopo un’osservazione anomala (ma non sempre), spesso in forma di una teoria matematica (ma non sempre) e sviluppare degli esperimenti per osservare se i vari fenomeni predetti della teoria/ipotesi si verificano o no. Se si verifica il contrario di quello predetto, si può dire che la teoria è falsa. Se non si verifica niente di quello che la teoria predice si può continuare a sperimentare. Se si verifica quello che la teoria predice, si continua a fare esperimenti : esperimenti piu’ accurati, esperimenti diversi, per cercare ulteriore conferme. E tramite le conferme la teoria diventa sempre più robusta fino al punto di diventare “affidabile”, e comincia a far parte della conoscenza scientifica, base di una nuova cultura, un paradigma, base della tecnologia.

Questo aspetto della coerenza è meno presente nelle arti, credo. L’artista è molto più libero di creare, dire, fare quello che vuole. Può essere importante per lei di mantenere una certa coerenza, ma le sue opere non vengono testate con degli esperimenti. E anche se il mondo intorno a lui, compresi gli scienziati, gli dicono che è completamente pazzo, per lui è solo un onore essere chiamato così. Di nuovo, su questo un storico o filosofo dell’arte avrebbe forse molto da dire.


R.G.:Cosa pensi del rapporto tra scienza e tecnica, in relazione all'opera d'arte?

F.R.: La “metodologia scientifica” descritta sopra, forse funziona solo quando si studiano fenomeni individuali, isolati, dentro un laboratorio appunto. La scienza, di cui abbiamo bisogno per risolvere i nostri problemi collettivi, è una scienza necessariamente contaminata da altre discipline. Anche l’arte, di cui abbiamo bisogno per creare nuove narrative, è contaminata da altre discipline. In questo contesto non credo molto nel valore di un' “opera d’arte” o di un' ”opera scientifica”. E’ tutto “opera”, cioè lavoro. Se ci pensi: Il lavoro di un scienziato o di un artista, quando stanno realizzando il loro lavoro è molto simile: competizioni, dubbi, discussioni con altre discipline, imparare una tecnica, cercare fondi, cercare un spazio, collaborazioni, … E’ solo quando è pronta l’opera che viene chiamata “opera d’arte” o “opera scientifica”, facendo apparire che è stata creata secondo una metodologia precisa: artistica o scientifica. Ma questa e’ una illusione. E’ tutto lavoro.

 

R.G.: Rimaniamo comunque con l’opera d’arte. Nella realizzazione tecnica di un’opera d’arte, quale parte gioca, secondo te, la conoscenza scientifica?

F.R.: Credo che dipenda da che tipo di opera. Per coprire un teschio con diamanti ci vuole poca conoscenza scientifica. Per tagliare uno squalo in tre pezzi e preservarli ce ne vuole un po’ di più.

Nell' ambito della corrente artistica Art-Science (o Sci-Art), in cui artisti si ispirano all’innovazione scientifica e usano metodologie e strumenti scientifici è richiesta ovviamente una buona conoscenza scientifica. Scrivo “è richiesta” perché è una questione di responsabilità. Se un artista vuole dire che quando una mela si stacca dall’albero non finisce per terra ma vola verso il cielo, va bene, perché tutti sanno che nella realtà non è così e che l’artista si permette una "libertà artistica". Ma in altri campi più problematici, come il mio, quello del cambiamento climatico, in cui da una parte il mondo scientifico è oramai sicuro che l’uomo sta cambiando il clima in una direzione pericolosa, ma dall’altra parte ci sono ancora molti dubbi nell’opinione pubblica, in questa situazione, secondo me, non è accettabile creare un'opera che pretende che il cambiamento climatico non dipende dall'uomo. Sarebbe la testimonianza di una grave mancanza di conoscenza scientifica e/o di una mancanza di responsabilità.