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2014 Laveno Mombello

Italia

La profondità del paesaggio

parte di un'intervista col direttore del Museo, fatta da Marco Nifantani per il suo libro “Abitare la montagna: storie per un'antropologia dell'abitare" Tararà Edizioni, Verbania.


 

C’è rumore di tazzine di caffè, di bambini che entrano, di genitori che cercano di trattenerli, di voci che si sovrappongono. Quante chicchere e che continuo urtarsi della ceramica. Che meraviglia la vita che si risveglia, il mattino limpido, la riva opposta chiara e distinta. Il rumore delle tazzine che il barista dispone l’una sull’altra in piccole (minuscole) biche di due o tre perché rimangano al caldo per il prossimo avventore. Una cura essenziale.

Frank mi aspettava al molo di Laveno, poi abbiamo pensato a dove andare per fare la nostra chiacchierata, fino a che con l’auto ha imboccato il cavalcavia e poi svoltato a destra percorrendo la litoranea lungo la costa, fino alla discesa, venti-trenta metri più in basso, verso Cerro. È una giornata di cielo nuvolo ma l’aria sta spazzando il cielo e non si fatica a immaginare che il sole verrà.

 

 

Qual è il tuo senso percettivo più sviluppato?

 

Il guardare, vedere le cose. Ciò ha a che vedere con la mia educazione, mio padre era un insegnante ma anche un artista, dipingeva, mi faceva sempre guardare l’orizzonte, la lontananza, andavo con lui e mi faceva vedere i campanili delle chiese nel paesaggio, che da noi sono le uniche montagne, come canta Jacques Brel. Ero sensibile a queste cose. Qui non mi sono mai stufato di guardare il lago che è sempre diverso a seconda della meteorologia. A volte non vedi le colline e le montagne dell’altra parte perché c’è nebbia, è come essere al mare.

 

Qualche volta mi hai detto che è più bello vivere su questa sponda del lago perché vedi la sponda più bella, quella piemontese, dall’altra parte.

 

Da qui puoi veder questa profondità del paesaggio, con tutte le quinte che si ritirano all’orizzonte, quasi all’infinito. Vedi l’acqua, vedi le isole, vedi la sponda piemontese, diversi strati di colline che diventano montagne. Tutto questo non lo vedi da Intra. C’è una ricchezza di dettagli impressionante, è molto frattale, vedi tutta una scala di grandezze: la montagna, con montagne dentro la montagna, colline dentro le montagne  e finisce con i sassolini che sono piccole montagne

 

Quando ti ho conosciuto mi sono detto “Che lavoro straordinario questa tua indagine sul nostro tempo che ha portato alla creazione del Museo dell’Antropocene”, a Laveno Mombello, frazione Casanova. In quel caso sei intervenuto su una vecchia cascina di corte per trasformarla dall’interno attraverso un’architettura molto originale e sperimentale. Come riassumeresti il cambiamento che hai apportato alla storia di quella casa?

 

In fatti, abbiamo messo insieme tre case che si trovano su un cortile. Avevo quest’idea di creare un museo, già da venti, venticinque anni. Sono troppo eclettico per scrivere un libro che di solito va linearmente da un inizio a un fine, ma mettere insieme un museo con oggetti che possono sempre essere allestiti e re-allestiti  mi sembrava possibile e attirava. Ho comprato una prima piccola casa in un cortile e ho cominciato a lavorarci. Ma volevo o dovevo anche creare degli spazi per mia moglie Marleen che è violoncellista e che voleva iniziare una scuola di musica. Abbiamo pian piano acquisiti altre proprietà intorno al cortile e si è creata una casa modulare che può essere vissuta come casa, come scuola, come museo spostando alcuni elementi, molto stratificata anche in questo caso (suonano le campane a distesa, suoni che si aggiungono alla cacofonia in cui ci troviamo  e ridiamo). Ho chiesto all’architetto di fare un progetto che ci ispirasse per i successivi vent’anni e ne sono già passati dieci. È un luogo non ancora terminato, e forse non lo sarà mai, ma credo che ispira anche la gente che ci viene: i bambini della scuola, le loro mamme e nonni, qualche viaggiatore sperduto che vuole vedere il museo.

 

E arriviamo al Museo dell’Antropocene. Come descriveresti questa idea?

 

Si chiama più precisamente il Museo delle Tecnologie dell’Antropocene. Lo descrivo sempre come una stanza delle meraviglie del ventunesimo secolo. Volevo fare un museo per parlare dei problemi collettivi che credo. Il cambiamento climatico è uno di questi problemi e per me che sono un climatologo il modo per affrontarlo era mettere insieme degli oggetti e far riflettere le persone su questi oggetti e di conseguenza sul cambiamento climatico. Il discorso che il museo fa con i visitatori è anche su come nasce un problema come il cambiamento climatico. Secondo noi al museo, che siamo un po’ discepoli del filosofo francese Bruno Latour, questi problemi nascono nel pensiero moderno che tende a tenere separati le discipline come scienza, arte, politica, religione e più in generale la cultura dalla natura. Il fatto che noi vediamoci separati dalla natura, che crediamo di poter fare tutto quello che facciamo: scavare, bruciare, comprare, mangiare, viaggiare e che la natura comunque si arrangerà, questo non è più vero. La natura sente quello che noi facciamo e reagisce: i ghiacciai fondono, le foreste bruciano, le tempeste intensificano. Questo è l’Antropocene: non siamo separati dalla natura, abbiamo un impatto sulla natura e lei reagisce. Il nostro museo vuole far riflettere su questo e sul fatto che tutto è collegato. Le separazioni, i dualismi tipici del pensiero moderno hanno portato problemi che dobbiamo risolvere tramite un cambiamento della cultura. Il discorso che facciamo al museo vuole essere un piccolo contributo a questo cambiamento.

 

Qual è nel tuo vissuto un’azione che esemplifica il pensiero olistico a cui ti ispiri?

 

Tornare a camminare nelle montagne. Quando camini in montagna vedi, sperimenti il cielo, le nuvole, le acque di un ruscello, i campi e i boschi, qualche animale, sentieri, villaggi, ed è chiaro, lo senti, lo sai che tutte queste cose no esistono, e non possono esistere separate tra di loro, ma che sono in qualche modo connesse.  Mi piace camminare nei vecchi paesaggi abbandonati, quelli che tu spesso descrivi nei tuoi libri. La Valle Intrasca mi piace molto. Partendo da Scareno, arrivare all’Alpe Piaggia dopo una passeggiata di quattro cinque ore sotto il monte Zeda attraverso il passo Folungo. È un bellissimo sentiero, vedi come la vita era, come ancora può essere, magari. Da giovane cercavo le cime ma è un’altra cosa, stare più basso significa che sei più nel territorio, conosci meglio il paesaggio. 

 

Cosa cambieresti se potessi di questo luogo?

 

Se potessi tornerei al lago come un luogo che unisce. prima che ci fosse una distinzione tra Piemonte e Lombardia, il lago univa le sponde. Un villaggio lacustre di questa sponda o dell’altra sono esattamente la stessa cosa.  Da qui (siamo a Cerro) vedo Belgirate, sono meno di tre kilometri ma non mi viene mai in mente di prendere un battello e andare lì a prendere il caffè. A volte, prendo la macchina per andare da Laveno a Porto Valtravaglia, dieci kilometri perché lì c’è una ottima pasticceria, ma perché non prendere un battello fino a Lesa o Belgirate e prenderlo lì il caffè? Non sarebbe più logico? 

 

Hai ragione, è come se vivessimo uno spazio con due o tre confini, il primo tra Piemonte e Lombardia, il secondo fra Italia e Svizzera e il terzo fra dimensione urbana, pur in dimensione minore, e montagna. Unire il lago, certo, eppure per gli esseri umani del ventesimo secolo collaborare continua ad essere difficile e scontrarsi con le barriere dell’ego. Anche questo è un confine che dovremmo provare a superare.

Il lago è il luogo definitivo per te?

 

Non credo che mi trasferirò ancora, anche se non si sa mai, la vita è lunga. Vogliamo ancora viaggiare molto in Italia. Ci sono ancora tanti posti belli nel mondo, ma non vogliamo più fare grandi viaggi per motivi che hanno a che vedere con l’inquinamento da spostamenti. Noi che abbiamo potuto vedere il mondo in modo spensierato, dobbiamo risparmiamo i nostri crediti di CO2 per passarli ai nostri figli, perché è giusto che anche loro possano ancora vedere il mondo.  Ma se loro vanno a New York è bene che ci stiano almeno tre mesi, che ci lavorino, che conoscano la gente, non andare un weekend o anche una settimana.

 

Ci sono autori di queste terre che ti abbiano colpito?

 

Ho letto Dario Fo, che credo si può considerare un autore di questo luogo, vero? Ha scritto della sua gioventù a Porta Valtravaglia, e della vecchia fabbrica di vetro che attirava artigiani da tutta l’Europa. Ma non sono un grande lettore, piuttosto guardo e disegno. 

 

Se ami questo luogo, e credo che lo ami profondamente, ti consiglio di leggere le poesie di Vittorio Sereni.

 

La poesia è ancora più difficile per me.

 

La poesia è sguardo e sintesi.

Questo è bello! Sai, anche la fisica si potrebbe definire come sguardo e sintesi, osservare e arrivare a E=mc2. Grazie, ti prometto di leggere le poesie di Vittorio Sereni!

 

 

 

 


 

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